di Claudia Rufini
Ci sono forme di sofferenza che non si impongono con un’urgenza visibile, ma che lentamente ridisegnano il modo in cui abitiamo noi stessi. Non fanno rumore, non chiedono attenzione immediata, ma modificano il ritmo dei pensieri, appesantiscono i gesti, rendono più faticoso ciò che prima era spontaneo. Ci si sveglia già stanchi, si attraversano le giornate con una tensione costante o con un vuoto che non si lascia nominare, si cerca di mantenere una forma, una continuità, mentre dentro qualcosa sembra non rispondere più come prima. E in questo spazio, spesso silenzioso e invisibile agli altri, si apre una domanda difficile da sostenere: quanto ancora posso farcela da solo?
È proprio in prossimità di questa domanda che, per molte persone, compare un’altra possibilità — quella di considerare un aiuto farmacologico — e insieme ad essa, quasi inevitabilmente, una resistenza. Non sempre esplicita, non sempre razionale, ma profondamente radicata. Una resistenza che non riguarda solo il farmaco in sé, ma ciò che esso rappresenta, perché gli psicofarmaci, prima ancora di essere strumenti clinici, sono significati, evocano immagini, paure, racconti sedimentati nel tempo: l’idea di dipendenza, il timore di perdere lucidità, la sensazione di essere “troppo compromessi”, la paura, più sottile, di non essere più se stessi. E così, ciò che potrebbe essere una possibilità di cura si trasforma, nella percezione, in una soglia difficile da attraversare. Non tanto per ciò che è, ma per ciò che sembra implicare.
E se questa soglia appare così complessa, è perché tocca qualcosa di profondo: il modo in cui concepiamo la fragilità, il controllo, l’autonomia. L’idea — ancora molto presente — che si debba riuscire a stare bene con le proprie forze, che chiedere aiuto significhi in qualche modo fallire, che affidarsi a un trattamento farmacologico equivalga a perdere una parte della propria identità.
È da qui che nasce quella tensione silenziosa tra il desiderio di stare meglio e la difficoltà ad accettare gli strumenti che potrebbero renderlo possibile e, proprio da qui, può iniziare una riflessione diversa.
Gli psicofarmaci, nella loro funzione clinica, non sono strumenti che cancellano la persona, né dispositivi che trasformano l’identità. Sono trattamenti che agiscono su sistemi neurobiologici coinvolti nella regolazione dell’umore, dell’ansia, dell’attenzione, del sonno. Sistemi complessi, che quando si alterano possono generare stati di sofferenza intensi e persistenti. La ricerca neuroscientifica ha evidenziato come condizioni come la depressione maggiore o i disturbi d’ansia siano associate a modificazioni nei circuiti neurochimici e nei sistemi di regolazione emotiva (Krishnan & Nestler, 2008; Stahl, 2013). In questi casi, il farmaco non introduce qualcosa di estraneo, ma interviene su un equilibrio già compromesso.
E allora forse la domanda cambia: non più “il farmaco mi cambierà?”, ma “quanto la sofferenza che sto vivendo mi sta già cambiando?”.
Perché la sofferenza psicologica, quando è intensa e persistente, modifica il modo in cui pensiamo, sentiamo, percepiamo noi stessi e il mondo. Può restringere lo spazio dell’esperienza, ridurre la capacità di provare piacere, amplificare la paura, rendere ogni azione più faticosa. In questi casi, il farmaco non è ciò che altera l’identità, ma ciò che può permettere di recuperare accesso a parti di sé che la sofferenza ha reso meno disponibili.
Le evidenze scientifiche sono chiare nel mostrare che, in alcune condizioni, il trattamento farmacologico rappresenta una componente fondamentale del percorso di cura. Nella depressione moderata e grave, gli antidepressivi hanno dimostrato un’efficacia significativa nel ridurre i sintomi e nel prevenire le ricadute (Cipriani et al., 2018; NICE, 2022). Nei disturbi d’ansia, possono contribuire a regolare l’iperattivazione del sistema nervoso, facilitando il lavoro psicoterapeutico. Nell’ADHD, i farmaci stimolanti migliorano le funzioni esecutive e la capacità di autoregolazione (Faraone et al., 2015). Non si tratta di sostituire la terapia, ma di renderla possibile.
Perché questo è un punto centrale, spesso frainteso: gli psicofarmaci non sono una soluzione isolata. Non sostituiscono il lavoro su di sé, non eliminano la necessità di comprendere, di elaborare, di trasformare, ma possono creare le condizioni perché tutto questo diventi accessibile, possono ridurre il rumore interno, stabilizzare, permettere di respirare e in quel respiro, qualcosa può iniziare a muoversi.
Eppure, la resistenza resta e forse non va combattuta, ma ascoltata, perché dentro quella resistenza c’è spesso una paura legittima: quella di perdere il controllo. Ma il controllo, quando la sofferenza è intensa, è spesso già compromesso, non nella forma visibile, ma nella qualità dell’esperienza. Pensieri intrusivi, ansia costante, umore depresso, impulsività: sono tutte espressioni di un sistema che fatica a regolarsi. In questo senso, accettare un trattamento farmacologico non significa perdere controllo, ma tentare di recuperarlo.
Un’altra paura frequente riguarda la dipendenza. È una preoccupazione comprensibile, ma che va contestualizzata. Non tutti gli psicofarmaci creano dipendenza, e molti di quelli utilizzati oggi — come gli antidepressivi — non sono associati a meccanismi di dipendenza nel senso classico (Stahl, 2013). Il trattamento farmacologico, inoltre, è sempre monitorato, adattato, discusso con il professionista. Non è un atto unilaterale, ma un processo condiviso.
E poi c’è il tempo. La paura che, una volta iniziato, non si possa più smettere. Ma anche qui, la realtà è più sfumata. In molti casi, il farmaco rappresenta una fase del percorso, non la sua totalità. Un supporto temporaneo che accompagna un momento di particolare difficoltà, che viene rivalutato nel tempo, che può essere modulato o sospeso quando le condizioni lo permettono (NICE, 2022).
Forse, allora, il punto non è decidere in astratto se si è “favorevoli” o “contrari” agli psicofarmaci. Il punto è chiedersi, con onestà: cosa sto vivendo? Quanto questa sofferenza incide sulla mia vita? E quali strumenti potrebbero aiutarmi davvero?
Perché rifiutare a priori un’opzione non è sempre una scelta di autonomia, a volte è una forma di protezione che, nel tentativo di evitare un rischio, impedisce anche l’accesso a una possibilità. E non si tratta di convincersi, né di forzarsi, si tratta di aprire uno spazio di confronto, di parlarne con un professionista, di informarsi, di fare domande, di esplorare, di non decidere da soli, ma nemmeno delegare completamente. So tratta di restare in quella zona intermedia in cui si può valutare, senza chiudere, perché la cura non è mai un atto unico, è un processo e, in questo processo, gli psicofarmaci possono essere, in alcuni casi, una parte importante, non l’unica, non sempre necessaria, ma nemmeno qualcosa da escludere per principio.
E forse, alla fine, la questione non è se accettare o rifiutare un farmaco. La questione è se siamo disposti a prenderci cura di noi stessi in modo sufficientemente aperto da includere anche ciò che inizialmente ci spaventa perché a volte, ciò che temiamo non è ciò che ci farà perdere noi stessi, è ciò che potrebbe permetterci di ritrovarci.
Bibliografia
Cipriani, A., Furukawa, T. A., Salanti, G., et al. (2018). Comparative efficacy and acceptability of 21 antidepressant drugs. The Lancet, 391(10128), 1357–1366.
Faraone, S. V., Asherson, P., Banaschewski, T., et al. (2015). Attention-deficit/hyperactivity disorder. Nature Reviews Disease Primers, 1, 15020.
Krishnan, V., & Nestler, E. J. (2008). The molecular neurobiology of depression. Nature, 455, 894–902.
National Institute for Health and Care Excellence. (2022). Depression in adults: treatment and management.
Stahl, S. M. (2013). Stahl’s essential psychopharmacology: Neuroscientific basis and practical applications (4th ed.). Cambridge University Press.
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Commenti
Ciò che temiamo è ciò che può farci ritrovare.
Ed e' il proprio sentire a guidare. Ogni strumento diventa lecito di fronte al desiderio di armonia e benessere insito in ogni essere umano.
Grazie