di Claudia Rufini
Vi sono professioni che si apprendono, professioni che si intraprendono, professioni che si esercitano; e poi ve ne sono alcune che, più che essere scelte, sembrano costituire la forma adulta e socialmente riconosciuta di una disposizione interiore antica, di una tensione psichica originaria, di una domanda che precede il linguaggio stesso con cui, un giorno, tenteremo di formularla. Diventare psicologi appartiene a questa categoria rara e ambigua di destini professionali: non semplicemente una carriera, non meramente una vocazione, ma il punto di convergenza tra biografia, struttura di personalità, esperienza del dolore, bisogno epistemico, desiderio di significato e organizzazione profonda dello sguardo sul mondo. Chi sceglie la psicologia raramente vi approda per accidente. E se anche il racconto cosciente della propria scelta si articola spesso attraverso motivazioni nobili, lineari, razionali — “volevo aiutare gli altri”, “mi interessava la mente umana”, “sono sempre stato empatico” — l’indagine scientifica contemporanea e l’osservazione clinica convergono nel mostrare quanto tali narrazioni rappresentino, nella maggior parte dei casi, soltanto il livello manifesto di una costellazione motivazionale infinitamente più complessa, stratificata e profondamente radicata nella storia psichica dell’individuo. Perché la verità, che ogni psicologo autenticamente riflessivo conosce prima o poi, è che nessuno si dedica professionalmente alla mente umana senza che la mente umana abbia, in qualche forma, segnato profondamente la sua vita.
La scelta di diventare psicologi nasce spesso molto prima che venga pronunciata. Nasce in certe infanzie trascorse a osservare in silenzio gli adulti, tentando di comprendere perché un volto amato potesse diventare improvvisamente freddo, perché una voce gentile sapesse trasformarsi in minaccia, perché l’amore fosse talvolta intrecciato alla paura, perché il dolore degli altri saturasse una stanza prima ancora di essere nominato. Nasce in quelle biografie in cui il bambino apprende precocemente che per sopravvivere relazionalmente non basta sentire: occorre leggere, anticipare, interpretare, prevedere. La letteratura sullo sviluppo socio-emotivo suggerisce che molte delle capacità che in età adulta costituiranno la base dell’assetto clinico — sensibilità interpersonale, attenzione ai microsegnali affettivi, attitudine alla mentalizzazione, elevata capacità introspettiva, competenza nel riconoscere stati interni complessi — possano avere origine in processi di adattamento precoce a contesti relazionali emotivamente complessi, imprevedibili o altamente sfumati. In altri termini: alcuni futuri psicologi imparano a leggere la mente degli altri molto prima di studiarne i modelli teorici, perché la loro storia ha richiesto loro di farlo. L’empatia, per una parte dei clinici, non nasce soltanto come virtù morale; nasce come antica necessità adattiva raffinata dal tempo fino a diventare competenza professionale. E in questa verità, per quanto scomoda, non vi è nulla di patologizzante: vi è semplicemente il riconoscimento che la vocazione clinica non emerge nel vuoto, ma dalla trasformazione sofisticata della storia personale in funzione professionale.
È in questo contesto che il celebre archetipo junghiano del wounded healer continua a esercitare una potenza interpretativa straordinaria. Jung intuì ciò che la ricerca contemporanea avrebbe poi confermato empiricamente: che una quota significativa di terapeuti e psicologi riferisce esperienze personali di sofferenza psichica, trauma relazionale, disagio emotivo, psicopatologia familiare o esperienze di cura ricevuta che hanno influenzato in modo sostanziale la scelta professionale (Cruciani et al., 2024; Victor et al., 2022). Ma l’errore più grossolano sarebbe romanticizzare questa evidenza, come se il dolore rendesse automaticamente profondi, come se la ferita producesse competenza, come se la sofferenza costituisse di per sé un titolo clinico. Nulla di tutto questo è vero. Il dolore non crea terapeuti: crea vulnerabilità. Il trauma non genera automaticamente empatia: può generare ipersensibilità, confusione di confini, bisogno di controllo, difficoltà regolative, identificazioni massicce. La ferita non è un merito né una garanzia. Ciò che può trasformarla in risorsa professionale è solo il lavoro psichico compiuto su di essa: la sua elaborazione, simbolizzazione, integrazione narrativa, mentalizzazione. Non è la ferita che cura; è la ferita pensata. Non è la sofferenza che rende clinicamente profondi; è ciò che si è stati capaci di costruire a partire da essa.
Eppure, ridurre la scelta della psicologia al solo tentativo di riparare il proprio dolore sarebbe una banalizzazione altrettanto fuorviante. Diventiamo psicologi anche per una ragione più vasta, più astratta, più ontologica: perché alcune persone sono costitutivamente incapaci di attraversare l’esperienza umana senza interrogarla. Vi sono individui per cui nessun comportamento è mai semplicemente comportamento, nessuna relazione è mai solo relazione, nessun sintomo è mai mera disfunzione. Ogni gesto appare loro come superficie di qualcosa di più profondo; ogni parola come compromesso; ogni silenzio come linguaggio; ogni ripetizione come traccia di un’organizzazione invisibile che chiede di essere letta. La psicologia attrae con particolare forza coloro per cui il mondo psichico è percepito non come dato ovvio ma come mistero radicale. Chi diventa psicologo è spesso qualcuno per cui il comportamento umano ha smesso molto presto di essere autoevidente. Qualcuno che non ha mai potuto o saputo limitarsi a vivere le relazioni: ha sempre dovuto comprenderle. Qualcuno per cui sentire non è mai stato sufficiente senza interpretare; per cui soffrire non è mai stato tollerabile senza dare significato; per cui osservare l’umano implica inevitabilmente cercarne l’architettura nascosta.
Vi è poi una dimensione meno nobile, più scomoda, e proprio per questo teoricamente imprescindibile, che ogni riflessione onesta sulla scelta di questa professione deve includere: non tutti diventano psicologi soltanto per aiutare, comprendere o riparare. Alcuni diventano psicologi anche per desiderio di controllo. Per bisogno di padroneggiare ciò che un tempo li ha sopraffatti. Per trasformare l’impotenza vissuta in competenza interpretativa. Perché comprendere l’altro offre una forma sottile ma potente di dominio simbolico. Perché occupare il ruolo di colui che interpreta, che vede oltre il manifesto, che possiede strumenti per leggere il non detto, può rispondere a bisogni narcisistici profondi di eccezionalità, indispensabilità, autorevolezza. La professione psicologica contiene intrinsecamente una seduzione narcisistica che la comunità professionale spesso preferisce non nominare: la promessa implicita di poter trasformare il caos in sapere, la fragilità in competenza, la vulnerabilità in ruolo, il dubbio in interpretazione. Negare questa dimensione significa non comprenderla; e ciò che non viene compreso tende a essere agito. La maturità professionale non consiste nell’assenza di motivazioni narcisistiche, ma nella loro integrazione consapevole entro un’identità clinica sufficientemente riflessiva da non utilizzare il paziente come oggetto di regolazione del proprio sé.
Perché diventare psicologi significa inevitabilmente esporsi a una verità radicale: nessuna teoria che studieremo resterà mai davvero esterna a noi. Studiare l’attaccamento significa riconsiderare il proprio attaccamento. Studiare il trauma significa incontrare il proprio trauma o la propria negazione di esso. Studiare le difese significa riconoscere le proprie. Studiare la dissociazione significa accorgersi delle proprie scissioni quotidiane. Studiare il transfert significa iniziare a vedere quanto delle nostre relazioni sia sempre stato già popolato da fantasmi precedenti. La formazione psicologica è una delle pochissime traiettorie professionali in cui il soggetto dell’apprendimento coincide strutturalmente con il proprio oggetto. Lo psicologo studia la mente con la propria mente, osserva il funzionamento psichico utilizzando lo stesso apparato che tenta di comprendere, e per questo non potrà mai pretendere una neutralità assoluta. La conoscenza psicologica è inevitabilmente riflessiva: ogni teoria acquisita modifica il soggetto che la acquisisce. Ogni concetto interiorizzato ristruttura lo sguardo di chi apprende. Ogni apprendimento clinico è anche, sempre, un’esperienza trasformativa dell’identità.
Ed è forse proprio qui che si colloca la ragione più profonda, più indicibile, più difficilmente quantificabile per cui diventiamo psicologi: perché alcune persone non riescono a vivere superficialmente. Perché per alcuni individui l’esperienza umana è troppo complessa, troppo dolorosa, troppo misteriosa, troppo contraddittoria per essere semplicemente attraversata senza dedicare la propria vita a tentare di comprenderla. Diventare psicologi significa, allora, scegliere di abitare professionalmente il punto in cui il linguaggio si spezza, dove il sintomo parla al posto del soggetto, dove il trauma sopravvive nella ripetizione, dove l’amore si intreccia alla distruttività, dove la memoria si difende dalla coscienza, dove il desiderio teme la propria realizzazione, dove il soggetto fugge ciò che più intensamente cerca. Significa scegliere come mestiere la permanenza quotidiana nel paradosso umano. Significa accettare che il proprio lavoro consista non nel risolvere definitivamente il mistero della psiche, ma nel sostare accanto ad esso con sufficiente rigore, umiltà e profondità da renderlo pensabile.
Per questo la domanda “perché diventiamo psicologi?” non ammette risposta semplice. Diventiamo psicologi perché abbiamo sofferto, talvolta, ma anche perché abbiamo pensato la sofferenza. Perché siamo stati curiosi, ma di una curiosità che spesso confinava con l’urgenza. Perché abbiamo conosciuto la solitudine psichica e abbiamo intuito il valore radicale di una mente capace di contenere quella altrui. Perché siamo stati osservatori precoci dell’incoerenza umana. Perché abbiamo cercato parole per nominare ciò che nella nostra esperienza era rimasto senza nome. Perché non ci è mai bastato sapere che qualcosa accadeva: abbiamo sempre avuto bisogno di sapere perché accadeva, come accadeva, da dove veniva, quale storia incarnasse. Diventiamo psicologi perché alcuni esseri umani non possono limitarsi a vivere il mistero della mente: devono consacrare la propria esistenza a interrogarlo. E forse, in ultima analisi, diventiamo psicologi perché in qualche punto remoto della nostra biografia abbiamo intuito una verità tanto semplice quanto vertiginosa: che comprendere l’essere umano è impossibile fino in fondo, e che proprio questa impossibilità rende la sua esplorazione degna di una vita intera.
Non diventiamo psicologi perché possediamo risposte. Diventiamo psicologi perché abbiamo fatto della capacità di restare dentro domande irrisolvibili una forma di identità. Perché abbiamo imparato che la mente umana non è un problema da risolvere ma un mistero da abitare. E perché, tra tutti i modi possibili di stare al mondo, alcuni di noi hanno scelto — o sono stati scelti — da quello che consiste nel sedersi ogni giorno davanti all’enigma dell’altro, sapendo che ogni volta che tenteremo di comprenderlo staremo, inevitabilmente, comprendendo ancora una volta qualcosa di noi stessi.
Bibliografia
Cruciani, G., Mannarini, S., Biasi, V., et al. (2024). Motivations to Become Psychotherapists: Beyond the Concept of the Wounded Healer. Research in Psychotherapy: Psychopathology, Process and Outcome, 27(2).
Hill, C. E., Sullivan, C., Knox, S., & Schlosser, L. Z. (2013). Aspiring to Become a Therapist: Personal Strengths and Challenges, Influences, Motivations, and Expectations of Future Psychotherapists. Counselor Education and Supervision, 52(2), 145–160.
Victor, S. E., Devendorf, A. R., Lewis, S. P., Rottenberg, J., & Muehlenkamp, J. J. (2022). Only Human: Mental Health Difficulties Among Clinical, Counseling, and School Psychology Faculty and Trainees. Perspectives on Psychological Science.
Farber, B. A., Manevich, I., Metzger, J. A., & Saypol, E. (2005). Choosing Psychotherapy as a Career: Why Did We Cross That Road? Journal of Clinical Psychology, 61(8), 1009–1031.
Orlinsky, D. E., & Rønnestad, M. H. (2005). How Psychotherapists Develop: A Study of Therapeutic Work and Professional Growth. American Psychological Association.
Jung, C. G. (1966). The Practice of Psychotherapy. Collected Works of C.G. Jung, Vol. 16. Princeton University Press.
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