di Claudia Rufini
Comprendere il funzionamento umano richiede oggi uno spostamento teorico non più rimandabile: abbandonare l’idea che l’esperienza sia direttamente determinata dagli eventi e riconoscere che essa dipende, in modo sistematico, dallo stato del sistema nervoso che la organizza. Non è ciò che accade a definire ciò che viene vissuto, ma il modo in cui l’organismo, momento per momento, è in grado di sostenerlo.
Questa prospettiva, che trova una delle sue formulazioni più articolate nella Teoria Polivagale di Stephen W. Porges, introduce una revisione profonda del modello di funzionamento dell’individuo: il sistema nervoso autonomo non è un semplice regolatore dell’attivazione fisiologica, ma un sistema di organizzazione dell’esperienza (Porges, 2011). Ciò implica una conseguenza teorica rilevante: percezione, emozione e cognizione non sono processi indipendenti, ma emergono all’interno di stati neurofisiologici specifici che ne determinano la qualità, l’ampiezza e la possibilità di integrazione. L’esperienza non è immediata, ma condizionata; non è stabile, ma dinamica; non è data, ma costruita.
A partire da questa premessa la Teoria Polivagale può essere compresa nella sua portata più radicale: non come una teoria delle risposte, ma come una teoria delle condizioni di accesso al mondo. È in questo spazio pre-riflessivo, discreto e incessante, che la Teoria Polivagale, formulata da Stephen W. Porges, compie uno dei gesti più radicali della neuroscienza contemporanea: mostra che l’esperienza non è un dato, ma una funzione della regolazione (Porges, 2011).
Questo spostamento non è soltanto teorico, ma epistemologico. Il sistema nervoso autonomo cessa di essere un semplice regolatore dell’arousal per rivelarsi come una vera e propria architettura della possibilità: una struttura gerarchica, filogeneticamente stratificata, che organizza l’accesso al mondo. I tre circuiti che la compongono — il complesso ventro-vagale, il sistema simpatico e il complesso dorso-vagale — non rappresentano soltanto vie fisiologiche, ma configurazioni globali dell’essere, ciascuna delle quali apre o restringe il campo dell’esperienza (Porges, 2007; 2011). Non sono risposte: sono mondi.
Nel dominio del complesso ventro-vagale si dischiude una qualità dell’esperienza che, pur descrivibile con rigore neurofisiologico, esige un linguaggio capace di restituirne la densità: la sicurezza incarnata. Non è una sicurezza dichiarata, né una convinzione cognitiva, ma uno stato del sistema nervoso. Il cuore non è costretto alla rigidità, ma oscilla con flessibilità; il respiro si modula; il volto si anima; la voce si fa prosodica. Questo assetto è associato a una regolazione vagale efficiente e a un’elevata variabilità della frequenza cardiaca, indicatori di flessibilità adattiva e integrazione neurofisiologica (Porges, 2011; Grossman & Taylor, 2007). Ma ciò che muta più profondamente non è il corpo in sé, bensì il mondo che il corpo rende accessibile. In questo stato, l’esperienza si distende, il tempo non si frantuma, ma scorre; lo spazio non si appiattisce, ma conserva profondità; l’altro non si opacizza, ma si lascia leggere nella sua complessità. L’ambiguità non è una minaccia da eliminare, ma una dimensione da attraversare. La mente non è costretta a ridurre, ma può articolare; non è obbligata a scegliere, ma può sostare. Questa capacità di integrazione è strettamente connessa alla coordinazione tra sistemi autonomici e reti corticali superiori coinvolte nella regolazione affettiva e nella cognizione sociale (Schore, 2003).
Si immagini un incontro in cui si intrecciano riconoscimento e critica, apertura e distanza. In una configurazione ventro-vagale, l’individuo può abitare questa tensione senza dissolverla, distinguere senza separare, integrare senza semplificare. Può essere toccato dall’esperienza senza esserne travolto. Questa capacità — spesso attribuita alla maturità psicologica — trova qui la sua radice più profonda: è resa possibile da uno stato neurofisiologico di sicurezza (Porges, 2011).
Quando questa sicurezza si incrina — e può incrinarsi per variazioni minime, impercettibili alla coscienza — il sistema si riorganizza. Il circuito simpatico si attiva dando luogo a una risposta di mobilizzazione orientata alla gestione attiva del pericolo (Porges, 2007). L’organismo si prepara all’azione attraverso l’attivazione del sistema catecolaminergico e l’aumento dell’arousal fisiologico. Ma, ancora una volta, ciò che cambia in modo decisivo è la struttura dell’esperienza. L’attenzione si restringe, la complessità si ritrae, l’esperienza si organizza attorno a polarità nette. Ciò che era sfumato diventa urgente, ciò che era ambiguo deve essere rapidamente definito. Il pensiero accelera e si irrigidisce, la percezione seleziona, il tempo si contrae. Questo assetto riflette un funzionamento orientato alla sopravvivenza immediata, con una riduzione della flessibilità cognitiva e della capacità di integrazione (Grossman & Taylor, 2007). L’organismo non cerca più di comprendere il mondo, ma di orientarsi rapidamente al suo interno. È una modalità adattiva, necessaria, inscritta nella filogenesi. Tuttavia, nel suo protrarsi, comporta una perdita: la perdita della profondità esperienziale.
Si consideri una condizione di pressione prolungata. L’individuo può funzionare con apparente efficienza, ma il suo mondo si restringe. Le decisioni diventano rapide ma meno integrate, le relazioni più reattive, la riflessione più difficile. Questo stato, se cronicizzato, è associato a pattern di disregolazione autonomica e a una riduzione della capacità di modulazione emotiva (Schore, 2003). Non è la mente che ha scelto di ridurre: è il sistema che ha ridefinito ciò che è accessibile.
Quando anche la mobilizzazione non è sufficiente — quando il sistema valuta implicitamente che non vi sia possibilità di azione efficace — si attiva il circuito dorso-vagale espressione di una strategia di immobilizzazione filogeneticamente più antica (Porges, 2007). Qui il movimento non è più verso il mondo, ma lontano dall’esperienza stessa. L’attivazione si abbassa, il corpo rallenta, ma soprattutto si modifica la qualità della presenza. Il mondo perde consistenza, il tempo si spezza o si dilata, la percezione si attenua. Possono emergere esperienze di distacco, depersonalizzazione o derealizzazione, frequentemente osservate nei quadri traumatici complessi (van der Kolk, 2014; Liotti & Farina, 2011). L’esperienza non viene più attraversata, ma ridotta al minimo necessario per garantire la sopravvivenza. Questo stato, ampiamente descritto nei contesti traumatici da Bessel van der Kolk, non è una disfunzione casuale, ma una strategia adattiva estrema: una forma di protezione attraverso la sottrazione (van der Kolk, 2014).
Ciò che la teoria polivagale rende finalmente visibile è che queste configurazioni non sono semplicemente reazioni, ma condizioni di accesso all’esperienza. Il principio che le organizza è la neurocezione: un processo implicito, continuo e automatico attraverso cui il sistema nervoso valuta il grado di sicurezza o pericolo dell’ambiente (Porges, 2007). Essa opera attraverso segnali sottili — il tono della voce, la postura, la prevedibilità del contesto — e orienta lo stato autonomico prima che la coscienza possa intervenire.
In questa prospettiva, la realtà soggettiva non è un dato oggettivo, ma una costruzione regolata. Due individui possono abitare lo stesso contesto e vivere esperienze radicalmente diverse non per ciò che accade, ma per lo stato del loro sistema nervoso. Il mondo non è semplicemente percepito: è reso possibile (Porges, 2007).
Le ricerche di Allan N. Schore hanno mostrato come questa capacità di regolazione si sviluppi nelle relazioni precoci, attraverso processi di co-regolazione che modellano la maturazione dei circuiti autonomici (Schore, 2003). La sicurezza non è soltanto una condizione biologica, ma una memoria incarnata della relazione. Nel contesto italiano, i contributi di Liotti e Farina (2011) e le riflessioni di Vittorio Lingiardi restituiscono a questa prospettiva la sua densità clinica, mostrando come la regolazione costituisca un principio organizzatore del funzionamento psichico (Lingiardi & McWilliams, 2017).
Pur nel confronto critico con alcune posizioni della letteratura (Grossman & Taylor, 2007), la Teoria Polivagale ha introdotto uno spostamento difficilmente reversibile: ha mostrato che l’esperienza non è garantita, ma condizionata; che la coscienza non è immediata, ma situata; che ciò che chiamiamo realtà è, in ultima istanza, una funzione della sicurezza.
E forse è proprio qui che questa teoria raggiunge il suo vertice — là dove il rigore scientifico incontra una forma di precisione quasi poetica — nel riconoscere che l’essere umano non abita un unico mondo, ma attraversa mondi diversi a seconda del proprio stato neurofisiologico: mondi più o meno complessi, più o meno profondi, più o meno abitabili e che, prima di poter comprendere il mondo, deve poterlo abitare senza difendersi da esso.
Bibliografia
Porges, S. W. (2007). The polyvagal perspective. Biological Psychology, 74(2), 116–143.
Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory: Neurophysiological foundations of emotions, attachment, communication, and self-regulation. W. W. Norton & Company.
Schore, A. N. (2003). Affect regulation and the repair of the self. W. W. Norton & Company.
van der Kolk, B. A. (2014). The body keeps the score: Brain, mind, and body in the healing of trauma. Viking.
Grossman, P., & Taylor, E. W. (2007). Toward understanding respiratory sinus arrhythmia: Relations to cardiac vagal tone, evolution and biobehavioral functions. Biological Psychology, 74(2), 263–285.
Liotti, G., & Farina, B. (2011). Sviluppi traumatici: Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Raffaello Cortina Editore.
Lingiardi, V., & McWilliams, N. (2017). La diagnosi psicodinamica: PDM-2 (2ª ed.). Raffaello Cortina Editore.
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