di Claudia Rufini
Vi è un momento, nella vita di ogni psicologo, in cui una domanda si impone con la forza silenziosa delle questioni che non possono più essere eluse: chi sono io quando non sto lavorando? Non “cosa faccio”, non “quale ruolo ricopro”, non “come mi percepiscono gli altri”, ma chi resta quando la stanza si svuota, quando la porta dello studio si chiude, quando cessano il transfert, l’ascolto clinico, la funzione contenitiva, il linguaggio tecnico, la postura professionale. È una domanda più radicale di quanto appaia, perché la psicologia è una delle poche professioni che non si limitano a occupare il tempo del soggetto: ne trasformano l’apparato percettivo, ne riconfigurano lo sguardo, ne modificano la grammatica interiore. Chi lavora con la mente umana non apprende soltanto concetti: apprende un modo diverso di vedere, e uno sguardo, quando cambia davvero, non torna più innocente.
Non si può studiare per anni il trauma senza iniziare a riconoscerne le tracce nei silenzi di una cena di famiglia. Non si può attraversare profondamente la teoria dell’attaccamento senza accorgersi di leggere nelle relazioni altrui — e nelle proprie — la geografia invisibile delle antiche ferite. Non si può lavorare quotidianamente con il sintomo senza iniziare a percepire che ogni comportamento umano contiene molto più di ciò che mostra. La psicologia, quando viene interiorizzata fino in fondo, smette di essere un sapere e diventa una struttura dello sguardo. E allora la vera questione non è se lo psicologo resti psicologo fuori dal setting — perché inevitabilmente vi resta — ma se riesca ancora, nonostante questo, a restare anche semplicemente una persona.
È qui che si apre una delle tensioni più profonde, meno nominate e più psicologicamente complesse della professione clinica: il rischio che l’identità professionale non si integri con il sé, ma lo occupi. Perché essere psicologi non significa soltanto esercitare una funzione; significa progressivamente incorporare un assetto mentale fondato sull’osservazione, sulla riflessione, sulla decodifica, sulla lettura multilivello dell’esperienza umana e ciò che inizialmente è competenza tecnica può trasformarsi, lentamente e quasi impercettibilmente, in postura esistenziale dominante. Lo psicologo allora non ascolta più soltanto: analizza. Non osserva più soltanto: interpreta. Non vive più soltanto una relazione: ne coglie simultaneamente l’architettura implicita. La mente resta sempre parzialmente in posizione meta-osservativa, come se una parte del sé fosse costantemente collocata un passo indietro rispetto all’esperienza, intenta a leggerla mentre accade. È una sofisticazione cognitiva e clinica preziosa, certamente, ma anche una condizione potenzialmente alienante perché vivere e osservare contemporaneamente non è la stessa cosa che vivere e a lungo andare il rischio è che il professionista smarrisca la possibilità di stare nelle relazioni senza simultaneamente leggerle, di sentire senza subito mentalizzare, di partecipare senza interpretare.
Molti psicologi conoscono questa esperienza con una familiarità che raramente confessano fino in fondo. Conoscono la fatica sottile di non riuscire più ad ascoltare un conflitto senza vedere le difese in azione, di non poter ignorare la dissociazione che attraversa un sorriso incongruente, di cogliere nelle scelte affettive degli amici la ripetizione delle loro ferite infantili, di intuire nei silenzi familiari ciò che nessuno nomina. Col tempo, il sapere clinico smette di essere una competenza situata e diventa un filtro permanente. Ma ogni filtro, quando si fa totalizzante, rischia di diventare una distanza e lo psicologo può ritrovarsi, paradossalmente, a conoscere profondamente il funzionamento umano e contemporaneamente a perdere una certa immediatezza nel viverlo.
Esiste inoltre una verità ancora più scomoda, che la comunità professionale nomina troppo poco per quanto sia strutturalmente centrale: il ruolo dello psicologo non offre soltanto una funzione lavorativa, ma anche una posizione identitaria profondamente seduttiva. Essere colui che comprende, che sa leggere l’invisibile, che riconosce ciò che negli altri resta inconscio, che pensa ciò che l’altro non riesce ancora a pensare di sé, significa occupare una posizione di enorme valore simbolico. È una posizione che può facilmente diventare parte dell’architettura narcisistica del sé. Lo psicologo può iniziare, lentamente, a non identificarsi più semplicemente con la propria professione, ma con ciò che essa rappresenta: lucidità, profondità, controllo, comprensione, competenza emotiva, capacità di reggere l’altro. E quando il ruolo professionale diventa il luogo principale in cui il soggetto organizza il proprio valore personale, smettere di essere psicologo — anche solo temporaneamente, anche solo nelle relazioni private — diventa psicologicamente difficile. Perché non si tratta più di dismettere una funzione: si tratta di sospendere la propria forma dominante di definizione identitaria.
È allora che alcuni psicologi scoprono di non sapere più bene come stare in una relazione senza occupare la posizione di chi comprende di più, di chi contiene di più, di chi mentalizza di più. Scoprono di sentirsi a disagio quando sono loro ad avere bisogno di contenimento, quando sono loro a essere disorganizzati, confusi, dipendenti, non riflessivi, emotivamente disordinati. Come se la professione, da vocazione, si fosse trasformata in armatura. Come se l’identità clinica fosse diventata una difesa sofisticata contro la propria vulnerabilità. Ma nessuna professione può essere abitata in modo sano quando viene utilizzata per proteggersi dalla propria umanità. Lo psicologo che non riesce più a tollerare di essere fragile senza sentirsi incoerente, che vive il proprio bisogno come dissonante rispetto al proprio ruolo, che percepisce la propria sofferenza come incompatibile con l’essere terapeuta, è spesso uno psicologo che ha lasciato che la funzione professionale occupasse troppo spazio nella propria economia identitaria.
La letteratura sul benessere dei terapeuti lo mostra con chiarezza: una delle fonti più profonde di burnout clinico non è soltanto l’esposizione cronica alla sofferenza altrui, ma l’impossibilità di sospendere il ruolo professionale, la progressiva assenza di spazi psichici non colonizzati dalla funzione terapeutica, la perdita di luoghi relazionali in cui non sia richiesto di essere colui che comprende, contiene, regola, ascolta (APA, 2025; Barnett, 2014), perché il terapeuta che non riesce mai a smettere di essere terapeuta finisce spesso per non avere più luoghi in cui essere semplicemente umano. E senza uno spazio in cui poter essere opachi, impulsivi, contraddittori, vulnerabili, bisognosi, imperfetti, nessuna soggettività può restare vitale a lungo.
Forse la maturità più alta della professione psicologica non consiste nel diventare completamente coincidenti con il proprio ruolo, ma nel riuscire a integrarlo senza esserne interamente assorbiti. Nel lasciare che la psicologia trasformi profondamente il proprio sguardo senza permetterle di colonizzare integralmente il proprio modo di esistere. Nel sapere che la competenza clinica non richiede di essere costantemente clinici. Nel comprendere che il fatto di poter leggere una dinamica non obbliga sempre a interpretarla, che il fatto di intuire una ferita non impone sempre di nominarla, che il comprendere l’altro non significa dover sempre occupare la posizione di chi contiene.
Essere psicologi fuori dal setting richiede allora una forma di disciplina interiore raramente insegnata ma essenziale: la capacità di sospendere volontariamente la mente clinica quando la vita domanda presenza e non analisi, partecipazione e non osservazione, esperienza e non decodifica. Richiede il coraggio di tollerare relazioni in cui non si è i più lucidi, i più regolati, i più consapevoli. Richiede la forza di permettersi di essere, a volte, soltanto esseri umani complessi tra altri esseri umani complessi, perché vi è una differenza sottile ma decisiva tra integrare la professione nella propria identità e sacrificare la propria identità alla professione. La prima è maturità professionale, la seconda è dissoluzione del sé nel ruolo.
E forse la verità più profonda è questa: nessuno diventa uno psicologo migliore smettendo di essere pienamente umano. Al contrario, il terapeuta più capace non è quello che vive costantemente nella postura clinica, ma quello che sa entrare e uscire da essa con libertà. Quello che sa essere analitico quando serve e presente quando basta. Quello che sa leggere in profondità senza perdere il contatto con la semplicità del vivere. Quello che non usa la psicologia per difendersi dalla propria vulnerabilità, ma la integra in un’identità abbastanza ampia da contenere anche il caos, la contraddizione, la fragilità e il non sapere.
Perché prima di ogni teoria, prima di ogni modello, prima di ogni tecnica, prima di ogni ruolo, lo psicologo resta un essere umano che ha scelto di dedicare la propria vita alla comprensione dell’umano e il rischio più grande, per chi dedica la vita a comprendere la mente degli altri, è dimenticare di concedere a sé stesso il diritto di abitare la propria senza trasformarla incessantemente in oggetto di osservazione.
Non è necessario smettere di essere psicologi fuori dal setting. È necessario ricordare che essere psicologi non è tutto ciò che siamo e che preservare la persona dietro il professionista non è una distrazione dalla cura, è una delle sue condizioni più essenziali.
Biografia
American Psychological Association. (2025). The Benefits of Better Boundaries in Clinical Practice.
Barnett, J. E. (2014). Boundary Issues and Multiple Relationships in the Practice of Psychotherapy. Psychotherapy.
Orlinsky, D. E., & Rønnestad, M. H. (2005). How Psychotherapists Develop: A Study of Therapeutic Work and Professional Growth. American Psychological Association.
Schubert, S., Buus, N., et al. (2023). The Development of Professional Identity in Clinical Psychologists. Medical Education, 57(6), 546–555.
Young, C. (2016). Professional Boundaries and the Identity of Counselling Psychology. South African Journal of Psychology.
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