di Claudia Rufini
Vi sono forme della sofferenza che non si annunciano come rottura, ma come sottrazione. Non è il dolore a dominare, ma una rarefazione dell’esperienza: il mondo resta, ma non interpella; il tempo procede, ma non accade; il corpo è presente, ma non media più alcuna relazione viva tra il soggetto e ciò che lo circonda. La depressione, in questa prospettiva, non è semplicemente un’alterazione dell’umore, ma una modificazione ontologica del rapporto tra individuo e mondo: ciò che viene meno è la possibilità stessa dell’incontro. Le descrizioni neuroscientifiche, pur necessarie, colgono solo una parte di questo fenomeno quando individuano alterazioni nei circuiti della ricompensa, nella neuroplasticità e nella regolazione dell’asse dello stress (Krishnan & Nestler, 2008; Duman & Aghajanian, 2012). Esse indicano che qualcosa si è ridotto, ma non esauriscono la domanda su che cosa significhi, per un soggetto, non poter più abitare ciò che vive.
In questa condizione, il corpo non è più un tramite, ma una soglia opaca. Non conduce al mondo, ma lo trattiene. È qui che il movimento, lungi dall’essere una semplice attivazione, può assumere una funzione più radicale: non riempire un vuoto, ma riaprire una possibilità. Tuttavia, non ogni movimento possiede questa capacità. Vi sono pratiche che aggiungono stimolazione senza modificare la struttura dell’esperienza, e altre — più rare — che intervengono sul modo stesso in cui il mondo può essere percepito. Il tennis appartiene a queste seconde: per la sua struttura intermittente, per il suo vincolo percettivo, per la sua natura intrinsecamente relazionale, esso sollecita il sistema in modo integrato, richiedendo al tempo stesso mobilizzazione e regolazione (Ekkekakis, 2013; Schuch et al., 2016).
Dal punto di vista neurofisiologico, il gesto tennistico si inscrive in una dinamica oscillatoria tra attivazione e modulazione, favorendo quella flessibilità adattiva che nella depressione tende a ridursi. Ma è soprattutto nella sua complessità che esso mostra il proprio valore: attenzione, decisione, anticipazione e risposta si intrecciano in un’unica esperienza, riattivando sistemi che nella depressione risultano progressivamente disconnessi (Diamond, 2013; Erickson et al., 2011). È in questo senso che il tennis può essere compreso, con rigore clinico, non come intervento diretto né come sostituto di un trattamento, ma come fattore di supporto nella modulazione dei sintomi depressivi e dei processi di regolazione. Tale definizione non ne riduce la portata, ma al contrario ne precisa la collocazione: il tennis non agisce al posto, ma accanto; non sostituisce, ma sostiene; non impone un cambiamento, ma contribuisce a renderlo possibile (Schuch et al., 2016; Cooney et al., 2013).
Le evidenze neuroscientifiche e psicologiche convergono nel mostrare come attività motorie strutturate e complesse possano incidere sui circuiti della ricompensa, sulla neuroplasticità e sulla regolazione emotiva (Erickson et al., 2011; Duman et al., 2008). Tuttavia, ciò che distingue il tennis non è soltanto l’attivazione di questi sistemi, ma la loro integrazione in una forma esperienziale unitaria, in cui il corpo non è separato dalla mente, né l’azione dal suo senso (Ekkekakis, 2013). In questa integrazione risiede il suo contributo più profondo: non semplicemente attenuare il sintomo, ma sostenere le condizioni attraverso cui il funzionamento può, lentamente, tornare a dispiegarsi. Non restituire immediatamente ciò che si è perduto, ma riaprire lo spazio in cui qualcosa può ancora accadere.
Nel tennis, il gesto non è mai puro atto, ma sempre risposta. La traiettoria della palla non è oggetto, ma evento: qualcosa che accade e che chiede di essere colto prima ancora di essere compreso. In questo senso, il tennis non si limita a mettere il corpo in movimento, ma lo restituisce alla sua funzione originaria: essere apertura al mondo. Ogni colpo implica una anticipazione, ogni anticipazione una forma di temporalità incarnata. Là dove la depressione immobilizza il tempo in una durata senza direzione, il tennis lo restituisce come tensione tra ciò che arriva e ciò che può essere fatto. Studi empirici mostrano che la pratica del tennis è associata a una riduzione significativa dei sintomi depressivi e a un miglioramento del benessere psicologico (Yazici et al., 2016; Sun et al., 2025), ma ciò che tali dati misurano è solo l’effetto visibile di una trasformazione più profonda: la riattivazione del tempo come esperienza.
Questa riattivazione non avviene attraverso la volontà, ma attraverso il vincolo. Il tennis non concede la possibilità di sottrarsi al tempo: la palla arriva comunque e il corpo è chiamato a rispondere. In questo senso, esso introduce una forma di necessità che non opprime, ma orienta. L’azione non è scelta tra infinite possibilità, ma risposta situata a una condizione concreta. È forse in questa riduzione — in questo essere vincolati a ciò che accade — che si riapre una libertà diversa: non quella astratta della possibilità infinita, ma quella concreta del poter rispondere.
Ma il tennis non è solo temporalità: è anche relazione. Non esiste colpo che non sia già inscritto in una reciprocità. L’altro non è semplicemente presente, ma costitutivo dell’esperienza stessa. Tuttavia, questa relazione non è immediata né invasiva: è mediata, regolata, strutturata. Il campo, la rete, le regole introducono una distanza che rende l’incontro possibile. In una condizione depressiva, in cui l’altro può essere percepito come eccessivo o inaccessibile, questa forma di relazione mediata costituisce una soglia tollerabile. La letteratura evidenzia come la partecipazione a sport come il tennis sia associata a maggiori livelli di benessere e supporto sociale percepito (Schnohr et al., 2018), suggerendo che la dimensione relazionale non è un semplice contorno, ma un elemento strutturante dell’effetto.
Sul piano neurobiologico, il tennis attiva processi che contrastano le dinamiche depressive: aumento del BDNF, modulazione dei sistemi dopaminergici, miglioramento della connettività funzionale (Erickson et al., 2011; Schuch et al., 2016). Ma ciò che lo distingue da altre forme di esercizio è la necessità di integrare continuamente percezione, decisione e azione. Non vi è gesto che non sia anche atto cognitivo, non vi è movimento che non sia anche interpretazione. In questo senso, il tennis riattiva non solo il corpo, ma l’unità stessa dell’esperienza.
Vi è poi un elemento più sottile, che sfugge alle misurazioni ma non alla percezione: il ritmo. Il suono della palla, la cadenza degli scambi, l’alternanza tra tensione e sospensione costituiscono una struttura ritmica che organizza il tempo vissuto. Alcuni studi suggeriscono che tale dimensione contribuisca alla regolazione dello stress e dell’attenzione (Konstantinou, 2025). Ma, più profondamente, il ritmo restituisce continuità a ciò che nella depressione si frammenta: l’esperienza non è più una successione di istanti isolati, ma una trama che si sostiene nel tempo.
E forse è proprio qui che il tennis rivela la sua natura più radicale: nel fatto che ogni gesto, pur essendo finalizzato a un risultato, è anche apertura a una risposta. Colpire la palla non significa solo inviarla, ma attendere che ritorni. In questa attesa si inscrive una struttura fondamentale dell’esperienza: il mondo non è chiuso, ma risponde. In una condizione depressiva, in cui questa reciprocità è spesso perduta, il tennis introduce una forma minima ma costante di dialogo.
Così, ciò che appare come semplice gioco si rivela, a uno sguardo più attento, come una pratica che riattiva le condizioni dell’esistenza. Non restituisce direttamente il senso, ma riapre lo spazio in cui il senso può emergere. Non elimina il vuoto, ma lo attraversa con una traiettoria. E forse è proprio questo il suo contributo più essenziale perchè attraverso il gesto ripetuto e sempre diverso del colpire e restituire, rende di nuovo possibile ciò che nella depressione tende a dissolversi: l’esperienza che il mondo, ancora, possa rispondere.
Bibliografia
Cooney, G. M., Dwan, K., Greig, C. A., Lawlor, D. A., Rimer, J., Waugh, F. R., McMurdo, M., & Mead, G. E. (2013).
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Schuch, F. B., Vancampfort, D., Richards, J., Rosenbaum, S., Ward, P. B., & Stubbs, B. (2016). Exercise as a treatment for depression: A meta-analysis adjusting for publication bias. Journal of Psychiatric Research, 77, 42–51.
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