di Claudia Rufini
Ci sono momenti, nella vita, in cui qualcosa dentro di noi si contrae senza che sappiamo davvero perché. Non accade lentamente, non si annuncia. Succede. Una parola detta con un tono leggermente diverso, uno sguardo che si ritrae, un silenzio che si prolunga appena oltre il consueto e improvvisamente il corpo cambia stato. Il respiro si accorcia, il cuore accelera, i muscoli si irrigidiscono. Oppure, al contrario, tutto sembra spegnersi: le energie si abbassano, la mente si fa più lenta, come se una nebbia salisse dall’interno e ci separasse da ciò che stiamo vivendo. Spesso, in quei momenti, proviamo a capire. Cerchiamo una spiegazione, una causa logica, qualcosa che giustifichi quella reazione. Ma c’è qualcosa che non torna: ciò che accade dentro di noi sembra precedere il pensiero, arriva prima delle parole, prima della possibilità stessa di interpretarlo. È qui che si apre uno spazio importante di comprensione: non tutto ciò che viviamo passa dalla mente razionale. Esiste un livello più profondo, più immediato, in cui il corpo percepisce e reagisce senza chiedere il permesso alla coscienza, un livello in cui non decidiamo come sentirci: accade.
La teoria polivagale, sviluppata dal neuroscienziato Stephen W. Porges, nasce proprio per dare forma a questo tipo di esperienza. Non come metafora, ma come modello che descrive il funzionamento concreto del sistema nervoso. L’idea centrale è tanto semplice quanto radicale: il nostro organismo non reagisce soltanto agli eventi, ma a ciò che percepisce come sicuro o minaccioso e questa valutazione avviene in modo automatico, continuo, spesso al di fuori della nostra consapevolezza. Secondo questa prospettiva, non siamo prima esseri che pensano e poi reagiscono, siamo, prima di tutto, organismi che sentono e si organizzano attorno a ciò che sentono.
Per comprendere meglio questo processo, possiamo immaginare il sistema nervoso come un sistema stratificato, costruito nel tempo evolutivo. Non è un meccanismo unico, ma un insieme di circuiti che si attivano in base a come viene percepita la situazione. Quando ci sentiamo al sicuro, si attiva il sistema più evoluto: quello che permette la connessione. Il corpo si rilassa, il respiro si fa più ampio, il volto diventa espressivo, la voce modulata. In questo stato siamo disponibili alla relazione, all’ascolto, alla presenza, possiamo pensare con chiarezza, sentire senza essere travolti, stare con l’altro senza difenderci. Ma se qualcosa incrina quella sicurezza, anche in modo sottile, il sistema cambia assetto. Si attiva il sistema simpatico, quello della mobilitazione: il corpo si prepara all’azione. Il cuore accelera, l’attenzione si restringe, l’energia aumenta. È lo stato della lotta o della fuga. Non è un errore: è una risposta di protezione. E se la percezione di pericolo diventa ancora più intensa, o se il sistema valuta che non ci sia via di uscita, si attiva un livello ancora più profondo: quello della chiusura. Il corpo rallenta, si ritira, si spegne. È uno stato di immobilità, di distacco, a volte di dissociazione. Questa sequenza non è teorica. È qualcosa che attraversiamo ogni giorno, spesso senza accorgercene. Accade quando, in una conversazione, ci sentiamo accolti e allora il corpo si distende, le parole arrivano, il pensiero fluisce. E accade quando, invece, qualcosa cambia: un tono diverso, una risposta inattesa, una distanza improvvisa. E allora il corpo si contrae, si prepara, si difende. Ciò che è fondamentale comprendere è che questo processo non è volontario. Non decidiamo di attivarci o di chiuderci. Accade.
Porges ha introdotto un termine per descrivere questa forma di percezione: neurocezione. È una sorta di “lettura implicita” dell’ambiente, attraverso cui il sistema nervoso valuta costantemente se siamo al sicuro o in pericolo (Porges, 2007). Non è una valutazione conscia, non passa dal pensiero. È il corpo che legge segnali sottili: un’espressione del volto, una postura, un tono di voce. E sulla base di questa lettura, organizza una risposta.
È per questo che può accadere qualcosa di profondamente disorientante: possiamo sapere di essere al sicuro, ma non riuscire a sentirlo. Il corpo non segue ciò che pensiamo, segue ciò che percepisce e questa percezione è profondamente influenzata dalla storia che portiamo dentro. Se nel passato abbiamo vissuto esperienze in cui la sicurezza è stata compromessa — relazioni imprevedibili, ambienti poco sintonizzati, momenti di paura o impotenza — il sistema nervoso può diventare più sensibile al pericolo, può iniziare a leggere come minacciosi segnali che, in un altro contesto, non lo sarebbero. Non è fragilità, è adattamento. Il sistema nervoso fa ciò per cui è progettato: proteggerci.
In questa prospettiva, molte delle esperienze che viviamo nella quotidianità possono essere lette in modo diverso. L’ansia che emerge senza una causa evidente, l’irritazione improvvisa, la difficoltà a stare nelle relazioni, il senso di vuoto o di distacco: non sono semplicemente “problemi da risolvere”, ma stati del sistema nervoso. Non sono errori, sono tentativi, tentativi del corpo di mantenere sicurezza, anche quando utilizza modalità che oggi non sono più necessarie.
Questo cambio di sguardo ha implicazioni profonde perché introduce una possibilità nuova: quella di passare dal giudizio alla comprensione. Se ciò che accade dentro di noi ha una logica, anche quando non la vediamo, allora possiamo iniziare ad ascoltare invece di combattere e qui emerge un altro aspetto centrale della teoria polivagale: la sicurezza non è un’idea, ma un’esperienza. Non basta dirsi “va tutto bene”, il sistema nervoso ha bisogno di sentirlo e questa esperienza, nella maggior parte dei casi, non si costruisce da soli.
Fin dall’inizio della vita, impariamo a regolarci attraverso l’altro. Uno sguardo accogliente calma il corpo, una voce calma il respiro, una presenza stabile offre orientamento. Questo processo, chiamato co-regolazione, continua ad accompagnarci anche da adulti, anche se spesso non ne siamo consapevoli. Ogni relazione ha un impatto sul nostro sistema nervoso, ogni incontro può aumentare o ridurre il senso di sicurezza. In questo senso, la qualità della presenza — nostra e dell’altro — diventa centrale. Un volto disponibile, una voce stabile, un ritmo lento possono diventare segnali di sicurezza. Possono aiutare il sistema a uscire dalla difesa e a tornare verso uno stato di maggiore apertura.
Anche nella vita quotidiana, questo si traduce in gesti semplici ma significativi: un respiro che si allunga, un movimento che ritma il corpo, una pausa che permette di sentire. Non si tratta di tecniche da applicare in modo rigido, ma di modi per entrare in relazione con il proprio stato interno.
In ambito clinico, queste intuizioni hanno portato a un’integrazione sempre più profonda tra lavoro sul corpo e lavoro sulla mente. La psicoterapia non è più soltanto uno spazio di parola, ma un contesto in cui il sistema nervoso può fare esperienza di stati nuovi: sicurezza, regolazione, connessione. Autori come van der Kolk (2014), Schore (2012) e Siegel (2012) hanno mostrato come la regolazione emotiva sia profondamente radicata nei processi corporei e relazionali, e come il cambiamento passi non solo dalla comprensione, ma dall’esperienza. E forse, alla fine, ciò che questa prospettiva ci offre è qualcosa di molto semplice, ma profondamente trasformativo: non siamo “sbagliati”, siamo organizzati, organizzati attorno a ciò che abbiamo vissuto, organizzati per sopravvivere. E dentro questa organizzazione, anche quando è rigida o dolorosa, c’è un’intelligenza. Il corpo non è un ostacolo da superare, ma un sistema che cerca costantemente equilibrio. Ascoltarlo non significa lasciarsi travolgere, ma iniziare a riconoscere il linguaggio con cui comunica e forse, proprio lì, si apre una possibilità nuova: non quella di controllare tutto ciò che accade dentro di noi, ma quella di incontrarlo, di restare, un poco di più, in ciò che si muove, di costruire, nel tempo, esperienze diverse, perché è in quel dialogo silenzioso tra corpo e mondo che si gioca qualcosa di essenziale: la possibilità di sentirsi, finalmente, al sicuro.
Bibliografia
Porges, S. W. (2007). The polyvagal perspective. Biological Psychology.
Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory. New York: Norton.
van der Kolk, B. A. (2014). The Body Keeps the Score. New York: Viking.
Schore, A. N. (2012). The Science of the Art of Psychotherapy. New York: Norton.
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind (2nd ed.). New York: Guilford Press.
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