di Claudia Rufini
Ci sono esperienze che non scompaiono davvero, anche quando il tempo sembra averle portate lontano. Non vivono più nei racconti che sappiamo fare, né nei pensieri che riusciamo a formulare con chiarezza. Si ritirano altrove, in una zona più silenziosa e profonda dell’esperienza, dove le parole non arrivano e resta solo una traccia: una sensazione, una tensione, un modo di reagire. Non sono più nei racconti che facciamo, non stanno nelle parole che scegliamo, né nei ricordi che sappiamo mettere in ordine: si spostano altrove, in una zona più silenziosa e profonda dell’esperienza, dove il linguaggio non arriva e resta soltanto qualcosa di più essenziale: una sensazione, una tensione, un modo di reagire.
Forse ti è capitato: un nodo allo stomaco senza un motivo evidente, un’irritazione improvvisa, una paura che arriva prima ancora di essere pensata. E allora può emergere una domanda, spesso accompagnata da un senso di disorientamento: Perché mi succede questo, se so che non c’è pericolo?
È in questo scarto — tra ciò che sappiamo e ciò che sentiamo — che si apre uno dei nodi più profondi dell’esperienza psicologica: il passato, in realtà, non è sempre passato, a volte continua a vivere nel presente, non come ricordo, ma come stato. In questo senso, il corpo non dimentica. Non nel modo in cui siamo abituati a pensare la memoria. Non dimentica perché non tutto ciò che viviamo viene registrato come una storia. Alcune esperienze, soprattutto quelle più intense, non diventano narrazione: diventano esperienza incorporata.
Il lavoro di Bessel van der Kolk ha contribuito a chiarire profondamente questo punto: il trauma non è soltanto ciò che è accaduto, ma ciò che continua ad accadere nel corpo quando quell’esperienza non è stata pienamente integrata (van der Kolk, 2014). Questo significa che il passato non è confinato in un “prima”, ma può riattivarsi nel presente attraverso il corpo: nel modo in cui respiriamo, nelle tensioni che emergono, nelle reazioni che sembrano arrivare senza una causa apparente.
Per comprendere questo, è necessario cambiare prospettiva sulla memoria. Siamo abituati a pensare alla memoria come a qualcosa che possiamo raccontare: eventi, immagini, ricordi ordinati nel tempo. Questa è la memoria esplicita. Ma esiste un’altra forma di memoria, più antica e silenziosa: la memoria implicita. È la memoria delle sensazioni, degli stati corporei, delle reazioni automatiche. Una memoria che non racconta storie: si manifesta.
Le neuroscienze hanno mostrato che, in condizioni di forte attivazione emotiva — soprattutto quando sono presenti paura o impotenza — l’esperienza non viene elaborata nelle aree del cervello deputate alla narrazione coerente (come l’ippocampo), ma nei circuiti più profondi legati alla sopravvivenza, come l’amigdala (LeDoux, 1996; Siegel, 2012). Per questo motivo, ciò che è stato vissuto può non essere ricordato come un episodio, ma riattivato come uno stato. Non “ricordo” cosa è successo, ma sento qualcosa che accade ora. Ed è qui che nasce uno dei paradossi più complessi: possiamo sapere di essere al sicuro e, allo stesso tempo, non riuscire a sentirlo. Il corpo, infatti, non risponde alla logica, risponde alla percezione e la percezione è profondamente influenzata dall’esperienza passata. Un tono di voce può riattivare una paura antica, uno sguardo può evocare qualcosa che non sappiamo nominare, una distanza può riaprire un senso di abbandono che pensavamo superato: non si tratta di fragilità, né di esagerazione, si tratta di coerenza biologica. Il sistema nervoso è progettato per proteggerci. E per farlo privilegia la velocità alla precisione: è più sicuro reagire a un possibile pericolo che ignorarlo. Questo significa che, a volte, reagiamo nel presente come se fossimo ancora nel passato. In questa luce, molti comportamenti che giudichiamo “irrazionali” iniziano a diventare comprensibili. L’ansia che emerge senza motivo apparente, la difficoltà a fidarsi, la tendenza a evitare certe situazioni, il senso di vuoto o di disconnessione. Tutto questo può essere letto come un tentativo del corpo di proteggere l’organismo da qualcosa che, a un livello profondo, viene ancora percepito come minaccioso. Il corpo non sta sbagliando, sta cercando di mantenere un equilibrio.
Anche le relazioni precoci giocano un ruolo fondamentale in questo processo. Gli studi sull’attaccamento hanno mostrato come le prime esperienze con le figure di riferimento contribuiscano a modellare i sistemi neurobiologici della regolazione emotiva (Schore, 2012). Se l’ambiente è stato imprevedibile, intrusivo o poco sintonizzato, il sistema nervoso può organizzarsi attorno alla difesa: iperattivazione, chiusura, difficoltà a modulare le emozioni. Queste modalità, inizialmente adattive, possono diventare nel tempo schemi che si ripetono e forse, in questo, qualcosa risuona anche nella tua esperienza: nel modo in cui reagisci, nelle relazioni che si somigliano, nei punti in cui ti blocchi senza sapere perché. Ma riconoscere che il corpo ricorda non significa essere condannati a ripetere, significa, al contrario, individuare una possibilità.
La ricerca contemporanea suggerisce che il cambiamento non avviene solo attraverso la comprensione cognitiva, ma attraverso nuove esperienze corporee e relazionali che permettono al sistema nervoso di aggiornarsi (Siegel, 2012; Porges, 2011). Non si tratta soltanto di capire cosa è successo, si tratta di fare esperienza, nel presente, di qualcosa di diverso: un respiro che si amplia, una tensione che si scioglie, una relazione in cui, forse per la prima volta, ci si sente al sicuro. Sono momenti semplici, ma profondamente trasformativi. È lì che il corpo inizia a modificare le proprie risposte, non cancellando il passato, ma integrandolo.
In questa prospettiva, anche la psicoterapia assume un significato diverso. Non è soltanto uno spazio di parola, ma un contesto relazionale in cui il sistema nervoso può sperimentare stati nuovi: sicurezza, continuità, presenza. La presenza dell’altro, il ritmo della relazione, la possibilità di stare nelle sensazioni senza esserne travolti — tutto questo crea le condizioni perché qualcosa possa cambiare, non per imposizione, ma per esperienza e forse, al di là di ogni teoria, ciò che emerge è una verità semplice: il corpo non è un archivio immobile, ma un organismo vivo. Le tracce del passato non sono una condanna, ma una memoria che ha cercato — e continua a cercare — la vita. In ogni tensione, in ogni reazione, in ogni chiusura, c’è un tentativo di adattamento, una forma di intelligenza. Ascoltare il corpo, allora, non è un esercizio accessorio, è un gesto di riconoscimento. Significa dare dignità a ciò che abbiamo vissuto, anche quando non sappiamo raccontarlo, significa smettere di chiedere al corpo di tacere e iniziare, lentamente, a comprenderne il linguaggio. È lì che il passato può trovare un presente diverso, non più soltanto come sopravvivenza, ma come possibilità.
Bibliografia
van der Kolk, B. A. (2014). The Body Keeps the Score. New York: Viking.
LeDoux, J. (1996). The Emotional Brain. New York: Simon & Schuster.
Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind (2nd ed.). New York: Guilford Press.
Schore, A. N. (2012). The Science of the Art of Psychotherapy. New York: Norton.
Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory. New York: Norton.
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