di Claudia Rufini
Ci sono parole che, quando iniziano a circolare con troppa facilità, smettono di essere prese sul serio. Non perché perdano il loro significato, ma perché lo sguardo che le accoglie si abitua, si stanca, si difende. “ADHD” è una di queste parole. La sentiamo ovunque, pronunciata con leggerezza, a volte con autoironia, altre con sospetto, spesso con una punta di fastidio: “ormai ce l’hanno tutti”, “è diventata una moda”, “adesso basta distrarsi un attimo per avere una diagnosi”. È una reazione che sembra voler ristabilire un ordine, riportare le cose a una dimensione più controllabile. Ma forse, in questo tentativo di semplificare, stiamo perdendo qualcosa di essenziale. Forse, nel momento in cui diciamo che è una moda, stiamo smettendo di vedere ciò che è reale.
L’ADHD, nella sua definizione clinica, non è una tendenza culturale, né un’etichetta generazionale. È un disturbo del neurosviluppo, caratterizzato da pattern persistenti di disattenzione e/o iperattività-impulsività che interferiscono in modo significativo con il funzionamento quotidiano (American Psychiatric Association, 2013). Non si tratta di una semplice difficoltà a concentrarsi, né di una preferenza per il movimento o la novità. È un modo di funzionare che coinvolge profondamente le funzioni esecutive: la capacità di organizzare, pianificare, regolare il comportamento, mantenere l’attenzione nel tempo, gestire gli impulsi (Barkley, 2015). È un’esperienza che non si esaurisce in un tratto, ma attraversa la vita, influenzando il lavoro, le relazioni, l’autopercezione.
Chi vive con l’ADHD spesso non lotta contro la distrazione, ma contro una discrepanza costante tra intenzione e azione. Sa cosa dovrebbe fare, ma non riesce a farlo nel modo e nei tempi richiesti. Inizia con slancio, ma fatica a sostenere. Rimanda, non per mancanza di volontà, ma per difficoltà nella regolazione. E nel tempo, questa esperienza può trasformarsi in una narrazione interna fatta di fallimenti percepiti, di “non abbastanza”, di tentativi che non bastano mai. Non è una moda, è una fatica che spesso resta invisibile.
Eppure, è vero: oggi sempre più persone parlano di ADHD. Sempre più contenuti circolano, sempre più persone si riconoscono, sempre più diagnosi vengono fatte. Ma questo non significa che il disturbo sia improvvisamente comparso. Significa che è diventato visibile. Per anni, l’ADHD è stato sottodiagnosticato, soprattutto nelle sue forme meno evidenti. È stato associato quasi esclusivamente a bambini iperattivi, lasciando fuori tutte quelle presentazioni più silenziose, più interne, più difficili da cogliere. Molti adulti oggi ricevono una diagnosi non perché “prima non ce l’avessero”, ma perché prima non esisteva uno sguardo capace di riconoscerli (Faraone et al., 2021).
Dire che “oggi tutti ce l’hanno” è, quindi, una risposta a questa visibilità, ma è una risposta che rischia di confondere il fenomeno con la sua emersione. Non è l’ADHD ad essere aumentato in modo sproporzionato, è la nostra capacità di nominarlo che è cambiata.
Tuttavia, c’è un elemento che rende il quadro ancora più complesso. Viviamo in un’epoca che mette costantemente sotto pressione il sistema attentivo. Siamo esposti a stimoli continui, notifiche, interruzioni, richieste multiple. Il tempo è frammentato, l’attenzione è sollecitata, la concentrazione è diventata una risorsa fragile. In questo contesto, molte persone sperimentano difficoltà che assomigliano, almeno superficialmente, a quelle dell’ADHD. Distrazione, procrastinazione, difficoltà a mantenere il focus. È un’esperienza diffusa, quasi condivisa, ma somigliare non significa essere.
La differenza tra un’esperienza comune e una condizione clinica risiede nella profondità, nella persistenza, nell’impatto. L’ADHD non è una difficoltà occasionale, ma un pattern stabile, presente fin dall’infanzia, che attraversa i contesti e che compromette in modo significativo il funzionamento (American Psychiatric Association, 2013; NICE, 2018). È questa differenza che rischia di perdersi quando il linguaggio si semplifica. E qui emerge il paradosso più delicato: più una parola si diffonde, più rischia di essere svuotata. E più viene svuotata, più chi ne ha davvero bisogno rischia di non essere creduto.
Il discorso sull’“iperdiagnosi” si inserisce proprio in questo spazio. È vero che, in alcuni contesti, esiste il rischio di diagnosi affrettate o non sufficientemente approfondite. La letteratura invita alla cautela, sottolineando l’importanza di valutazioni rigorose, che distinguano tra difficoltà situazionali e condizioni cliniche (Merten et al., 2017). Ma questo rischio non può essere generalizzato fino a negare la realtà del disturbo perché nel momento in cui il dibattito si sposta troppo verso l’idea che “si diagnostica troppo”, si attiva un effetto collaterale silenzioso: si inizia a dare meno valore alla diagnosi stessa. Questo ha conseguenze profonde perché se l’ADHD viene percepito come una moda, chi ne soffre può essere meno creduto, meno ascoltato, meno sostenuto. Può interiorizzare il dubbio, minimizzare le proprie difficoltà, evitare di chiedere aiuto. Può sentirsi dire che “è normale”, che “succede a tutti”, che “basta organizzarsi meglio”. E così, una condizione reale rischia di diventare invisibile proprio nel momento in cui viene nominata.
È qui che diventa fondamentale recuperare il senso del percorso diagnostico. Non come ricerca di un’etichetta, ma come processo di comprensione. Quando una persona riconosce in sé una costellazione di difficoltà persistenti — attenzione instabile, disorganizzazione cronica, difficoltà nella regolazione emotiva — intraprendere una valutazione clinica è un atto di responsabilità verso sé stessi. Non per confermare un sospetto, ma per chiarirlo.
La diagnosi, quando è accurata, permette di distinguere, di orientare, di intervenire. Le linee guida internazionali sottolineano come il riconoscimento dell’ADHD sia fondamentale per impostare trattamenti efficaci, che possono includere interventi psicoterapeutici, psicoeducativi e farmacologici (Faraone et al., 2015; NICE, 2018). Ma ancora prima del trattamento, la diagnosi ha un valore umano: restituisce senso a un’esperienza. Permette di rileggere il passato, di comprendere ciò che prima sembrava inspiegabile, di uscire da una narrazione di colpa. E forse è proprio questo che rende il tema così sensibile perché parlare di ADHD non significa solo parlare di attenzione, significa parlare di identità, di storia, di sguardo su di sé.
E allora, quando diciamo che è una moda, cosa stiamo davvero dicendo?
Forse stiamo dicendo che abbiamo bisogno di confini chiari, di categorie stabili, di certezze. Forse stiamo reagendo a un linguaggio che si è diffuso troppo velocemente, ma nel farlo, rischiamo di chiudere una porta che per molti rappresenta una possibilità: quella di essere finalmente compresi.
È in questo punto delicato, quasi fragile, che emerge una questione spesso lasciata in secondo piano, ma che in realtà rappresenta uno snodo fondamentale: cosa accade quando il dubbio non è più solo un’eco vaga, ma prende forma nella ripetizione dei sintomi, nella loro persistenza, nella loro capacità di attraversare contesti e momenti diversi della vita? Cosa accade quando non si tratta più di riconoscersi in una descrizione, ma di sentirsi costantemente disallineati rispetto a ciò che si vorrebbe fare e ciò che si riesce a fare?
In questi casi, intraprendere un percorso diagnostico non è un eccesso, né una concessione a una “moda culturale”. È, al contrario, un atto di precisione e di cura. Non si tratta di cercare un’etichetta che definisca, ma una cornice che chiarisca. La diagnosi, quando condotta attraverso una valutazione clinica accurata, permette di distinguere tra ciò che appartiene a una difficoltà situazionale e ciò che invece riflette un pattern più stabile di funzionamento neurocognitivo (American Psychiatric Association, 2013; NICE, 2018). Permette di uscire dalla confusione, da quella zona grigia in cui tutto sembra simile ma nulla è davvero compreso.
Ma il valore della diagnosi non si esaurisce nella chiarezza. Ha una funzione profondamente orientativa. Riconoscere un ADHD consente di costruire un intervento mirato, fondato su evidenze scientifiche, che tenga conto delle specificità del funzionamento individuale. Le linee guida internazionali indicano chiaramente che il trattamento dell’ADHD, per essere efficace, deve essere multimodale e personalizzato, includendo interventi psicoeducativi, strategie comportamentali, psicoterapia e, quando indicato, trattamento farmacologico (Faraone et al., 2015; NICE, 2018). Senza una diagnosi, questo orientamento rischia di mancare, lasciando la persona in una condizione di tentativi ripetuti e spesso inefficaci, alimentando frustrazione e senso di fallimento.
E c’è un altro aspetto, forse meno visibile ma altrettanto importante. La diagnosi può modificare profondamente il modo in cui una persona guarda a sé stessa. Molti adulti che ricevono una diagnosi di ADHD descrivono un senso di sollievo che non nasce dalla soluzione immediata dei problemi, ma dal fatto che quei problemi, finalmente, hanno un senso. Non sono più letti come difetti personali, come mancanze di volontà, ma come espressione di un funzionamento specifico. Questo passaggio — dalla colpa alla comprensione — rappresenta uno dei cambiamenti più significativi sul piano psicologico (Barkley, 2015).
Tuttavia, è fondamentale sottolinearlo: la diagnosi non è un punto di arrivo. Non è una definizione definitiva, né una riduzione dell’identità. È un punto di partenza, un punto da cui iniziare a costruire strategie più adeguate, a modulare le aspettative, a sviluppare un rapporto con sé meno giudicante e più consapevole. Non chiude il discorso, lo apre.
In questo senso, intraprendere un percorso diagnostico quando si ha un sospetto fondato non è un modo per semplificare la propria esperienza, ma per restituirle complessità. Non è un modo per limitarsi, ma per orientarsi. Non è un atto di debolezza, ma un gesto di responsabilità verso sé stessi, perché non è la diffusione di una parola a renderla meno vera. È il modo in cui scegliamo di ascoltarla.
L’ADHD non ha bisogno di essere difeso come un concetto, ha bisogno di essere riconosciuto come esperienza. Non è una moda da seguire o da criticare, ma una realtà clinica che esiste, che attraversa le vite, che chiede di essere vista con precisione e rispetto.
E forse, alla fine, la vera sfida non è stabilire se sia una moda o una realtà. La vera sfida è restare in quello spazio più difficile, meno rassicurante, in cui possiamo distinguere senza negare, comprendere senza banalizzare, ascoltare senza giudicare, perché è lì, e solo lì, che le parole tornano ad avere peso e le persone, finalmente, spazio.
Bibliografia
American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). American Psychiatric Publishing.
Barkley, R. A. (2015). Attention-deficit hyperactivity disorder: A handbook for diagnosis and treatment (4th ed.). Guilford Press.
Faraone, S. V., Asherson, P., Banaschewski, T., et al. (2015). Attention-deficit/hyperactivity disorder. Nature Reviews Disease Primers, 1, 15020.
Faraone, S. V., Banaschewski, T., Coghill, D., et al. (2021). The World Federation of ADHD international consensus statement: 208 evidence-based conclusions about the disorder. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 128, 789–818.
Kessler, R. C., Adler, L., Barkley, R., et al. (2006). The prevalence and correlates of adult ADHD in the United States: Results from the National Comorbidity Survey Replication. American Journal of Psychiatry, 163(4), 716–723.
Merten, E. C., Cwik, J. C., Margraf, J., & Schneider, S. (2017). Overdiagnosis of mental disorders in children and adolescents (in developed countries). Deutsches Ärzteblatt International, 114(45), 765–772.
Simon, V., Czobor, P., Bálint, S., Mészáros, Á., & Bitter, I. (2009). Prevalence and correlates of adult attention-deficit hyperactivity disorder. British Journal of Psychiatry, 194(3), 204–211.
National Institute for Health and Care Excellence. (2018). Attention deficit hyperactivity disorder: Diagnosis and management (NICE Guideline NG87).
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